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Responsabilità 231 da indebita percezione di contributi a fondo perduto

data: 13.02.2021
Area: Compliance e 231

L’indebita percezione dei contributi a fondo perduto che, a partire dal 2020, sono stati stanziati in favore dei contribuenti per far fronte all’emergenza da Covid-19, se superiori a € 3.999,96, comporta, oltre alla violazione penale in capo al legale rappresentante dell’ente, anche le sanzioni per la responsabilità amministrativa, ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001.

La Guardia di Finanza ha infatti chiarito che, nel caso in cui il contributo risulti non spettante, per qualsivoglia motivazione, in tutto o in parte, verrà notificato al contribuente un atto di recupero, con contestuale irrogazione della sanzione amministrativa dal 100 al 200% delle somme indebitamente percepite. Si configura anche l’ipotesi delittuosa di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato (art. 316-ter c.p.). Tale fattispecie prevede che, salvo che il fatto costituisca truffa nelle erogazioni pubbliche (articolo 640-bis c.p.), chiunque, mediante utilizzo o presentazione di dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere, o con l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, o altre erogazioni comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato o da altri enti pubblici, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Qualora, invece, la somma indebitamente percepita non superi € 3.999,96, la violazione non costituisce più reato e si applica la sanzione amministrativa da € 5.164 a € 25.822 che non può comunque superare il triplo del beneficio conseguito (art. 316- ter, comma 2, c.p.).

In base all’art. 24 del decreto 231 inoltre, nel caso di commissione del predetto reato da parte di un vertice dell’azienda o di un soggetto sottoposto alla vigilanza dei vertici stessi, nell’interesse o a vantaggio dell’ente, si applica alla persona giuridica la sanzione pecuniaria fino a 500 quote (concretamente da un minimo di € 129.000 a un massimo di € 774.500). Tali circostanze sono state confermate dalla Guardia di Finanza, la quale ricorda che, secondo il parere reso il 10 maggio 2021 dall’ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia al MEF, laddove il contributo percepito sia pari o inferiore alla soglia di rilevanza penale di € 3.999,96 e, allo stesso tempo, non ricorrono i presupposti per la configurabilità del reato di cui all’art. 640-bis c.p., è applicabile solo la sanzione amministrativa. In questi casi, quindi, la responsabilità dell’ente non può sussistere.

Responsabilità 231 da indebita percezione di contributi a fondo perduto

data: 13.02.2021
Area: Compliance e 231

L’indebita percezione dei contributi a fondo perduto che, a partire dal 2020, sono stati stanziati in favore dei contribuenti per far fronte all’emergenza da Covid-19, se superiori a € 3.999,96, comporta, oltre alla violazione penale in capo al legale rappresentante dell’ente, anche le sanzioni per la responsabilità amministrativa, ai sensi del D.Lgs. n. 231/2001.

La Guardia di Finanza ha infatti chiarito che, nel caso in cui il contributo risulti non spettante, per qualsivoglia motivazione, in tutto o in parte, verrà notificato al contribuente un atto di recupero, con contestuale irrogazione della sanzione amministrativa dal 100 al 200% delle somme indebitamente percepite. Si configura anche l’ipotesi delittuosa di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato (art. 316-ter c.p.). Tale fattispecie prevede che, salvo che il fatto costituisca truffa nelle erogazioni pubbliche (articolo 640-bis c.p.), chiunque, mediante utilizzo o presentazione di dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere, o con l’omissione di informazioni dovute, consegue indebitamente, per sé o per altri, contributi, finanziamenti, o altre erogazioni comunque denominate, concessi o erogati dallo Stato o da altri enti pubblici, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Qualora, invece, la somma indebitamente percepita non superi € 3.999,96, la violazione non costituisce più reato e si applica la sanzione amministrativa da € 5.164 a € 25.822 che non può comunque superare il triplo del beneficio conseguito (art. 316- ter, comma 2, c.p.).

In base all’art. 24 del decreto 231 inoltre, nel caso di commissione del predetto reato da parte di un vertice dell’azienda o di un soggetto sottoposto alla vigilanza dei vertici stessi, nell’interesse o a vantaggio dell’ente, si applica alla persona giuridica la sanzione pecuniaria fino a 500 quote (concretamente da un minimo di € 129.000 a un massimo di € 774.500). Tali circostanze sono state confermate dalla Guardia di Finanza, la quale ricorda che, secondo il parere reso il 10 maggio 2021 dall’ufficio Legislativo del Ministero della Giustizia al MEF, laddove il contributo percepito sia pari o inferiore alla soglia di rilevanza penale di € 3.999,96 e, allo stesso tempo, non ricorrono i presupposti per la configurabilità del reato di cui all’art. 640-bis c.p., è applicabile solo la sanzione amministrativa. In questi casi, quindi, la responsabilità dell’ente non può sussistere.