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Detraibilità dell’aliunde peceptum dall’indennità risarcitoria per licenziamento illegittimo

Corte Cassazione, Sezione Lavoro, Ordinanza del 7 febbraio 2022, n. 3824

data: 18.02.2022
Area: Diritto del Lavoro

Il giudice di primo grado, una volta provata l’unicità del complesso aziendale costituito due società, dichiarava l’illegittimità del licenziamento intimato a un dipendente all’esito della procedura di licenziamento collettivo. La Corte di merito condannava quindi le società, in solido, alla reintegrazione nel posto di lavoro e al pagamento, detratti l’aliunde perceptum, l’aliunde percipiendum e i contributi previdenziali e assistenziali, dell’indennità risarcitoria pari a 12 mensilità.

Il giudice del gravame dichiarava l’intangibilità della somma di risarcimento e l’indetraibilità, a riduzione dell’indennità dovuta, dell’aliunde perceptum e percipiendum. Inoltre, la Corte d’Appello, alla luce della configurazione del complesso societario come unico centro d’imputazione, osservava che, la procedura collettiva attivata dalla prima delle due società, avrebbe dovuto tenere conto, ai fini del licenziamento, della forza lavoro di entrambe.

Le società proponevano ricorso in Cassazione, contestando, tra l’altro, la indetraibilità di quanto percepito dal lavoratore, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di un altro lavoro (aliunde perceptum), nonché si quanto egli avrebbe potuto percepire, dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione (aliunde percipiendum).

Sul punto, la Suprema Corte, ha respinto il ricorso, formulando il seguente principio di diritto: “in base alla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, come modificato dalla L. n. 92 del 2012, art. 1 comma 42, la determinazione dell’indennità risarcitoria deve avvenire attraverso il calcolo dell’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, a titolo di aliunde perceptum o percipiendum, e, comunque, entro la misura massima corrispondente a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto, senza che possa attribuirsi rilievo alla collocazione temporale della o delle attività lavorative svolte dal dipendente licenziato nel corso del periodo di estromissione; se il risultato di questo calcolo è superiore o uguale all’importo corrispondente a dodici mensilità di retribuzione, l’indennità va riconosciuta in misura pari a tale tetto massimo”.

In altre parole, gli ermellini, richiamando il noto meccanismo della compensatio lucri cum damno, hanno ribadito che l’aliunde perceptum e l’aliunde percipiendum devono essere dedotti dall’indennità risarcitoria solo se essi siano incompatibili con l’esistenza del precedente rapporto di lavoro e, quindi, conseguenza immediata e diretta del licenziamento medesimo.

Detraibilità dell’aliunde peceptum dall’indennità risarcitoria per licenziamento illegittimo

Corte Cassazione, Sezione Lavoro, Ordinanza del 7 febbraio 2022, n. 3824

data: 18.02.2022
Area: Diritto del Lavoro

Il giudice di primo grado, una volta provata l’unicità del complesso aziendale costituito due società, dichiarava l’illegittimità del licenziamento intimato a un dipendente all’esito della procedura di licenziamento collettivo. La Corte di merito condannava quindi le società, in solido, alla reintegrazione nel posto di lavoro e al pagamento, detratti l’aliunde perceptum, l’aliunde percipiendum e i contributi previdenziali e assistenziali, dell’indennità risarcitoria pari a 12 mensilità.

Il giudice del gravame dichiarava l’intangibilità della somma di risarcimento e l’indetraibilità, a riduzione dell’indennità dovuta, dell’aliunde perceptum e percipiendum. Inoltre, la Corte d’Appello, alla luce della configurazione del complesso societario come unico centro d’imputazione, osservava che, la procedura collettiva attivata dalla prima delle due società, avrebbe dovuto tenere conto, ai fini del licenziamento, della forza lavoro di entrambe.

Le società proponevano ricorso in Cassazione, contestando, tra l’altro, la indetraibilità di quanto percepito dal lavoratore, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di un altro lavoro (aliunde perceptum), nonché si quanto egli avrebbe potuto percepire, dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione (aliunde percipiendum).

Sul punto, la Suprema Corte, ha respinto il ricorso, formulando il seguente principio di diritto: “in base alla L. n. 300 del 1970, art. 18, comma 4, come modificato dalla L. n. 92 del 2012, art. 1 comma 42, la determinazione dell’indennità risarcitoria deve avvenire attraverso il calcolo dell’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, a titolo di aliunde perceptum o percipiendum, e, comunque, entro la misura massima corrispondente a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto, senza che possa attribuirsi rilievo alla collocazione temporale della o delle attività lavorative svolte dal dipendente licenziato nel corso del periodo di estromissione; se il risultato di questo calcolo è superiore o uguale all’importo corrispondente a dodici mensilità di retribuzione, l’indennità va riconosciuta in misura pari a tale tetto massimo”.

In altre parole, gli ermellini, richiamando il noto meccanismo della compensatio lucri cum damno, hanno ribadito che l’aliunde perceptum e l’aliunde percipiendum devono essere dedotti dall’indennità risarcitoria solo se essi siano incompatibili con l’esistenza del precedente rapporto di lavoro e, quindi, conseguenza immediata e diretta del licenziamento medesimo.