INTRANET
Copyright 2020 - Quorum Studio Legale e Tributario Associato - Credits

Il mobbing sul luogo di lavoro può integrare gli estremi del cd. “stalking occupazionale”

Cassazione Penale, sentenza del 5 aprile 2022, n. 12827

data: 07.04.2022
Area: Diritto del Lavoro

Configura il delitto di atti persecutori di cui all’art. 612-bis c.p. la condotta di stalking occupazionale posta in essere dal datore di lavoro, tale da determinare un vulnus alla libera autodeterminazione del lavoratore.

Per la sussistenza di tale reato è sufficiente il dolo generico, essendo richiesta la mera volontà di attuare condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice, senza che sia necessario che le condotte siano dirette ad un fine specifico.

Lo ha precisato la Corte di cassazione con sentenza n. 12827 del 5 aprile 2022, nel confermare la condanna penale impartita al presidente di una società di servizi, titolare di una posizione di supremazia nei confronti delle persone offese, dipendenti della stessa compagine, in conseguenza delle reiterate minacce, anche di licenziamento e denigratorie, formulate ai danni di questi ultimi.

Allo stesso era stato anche contestato di avere ripetutamente indirizzato ai lavoratori ingiustificate e pretestuose contestazioni di addebito disciplinare, ingenerando negli stessi un duraturo e persistente stato di ansia e di paura tale da costringerli ad alterare le loro abitudini.

Il mobbing sul luogo di lavoro può integrare gli estremi del cd. “stalking occupazionale”

Cassazione Penale, sentenza del 5 aprile 2022, n. 12827

data: 07.04.2022
Area: Diritto del Lavoro

Configura il delitto di atti persecutori di cui all’art. 612-bis c.p. la condotta di stalking occupazionale posta in essere dal datore di lavoro, tale da determinare un vulnus alla libera autodeterminazione del lavoratore.

Per la sussistenza di tale reato è sufficiente il dolo generico, essendo richiesta la mera volontà di attuare condotte di minaccia e molestia, nella consapevolezza della loro idoneità a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice, senza che sia necessario che le condotte siano dirette ad un fine specifico.

Lo ha precisato la Corte di cassazione con sentenza n. 12827 del 5 aprile 2022, nel confermare la condanna penale impartita al presidente di una società di servizi, titolare di una posizione di supremazia nei confronti delle persone offese, dipendenti della stessa compagine, in conseguenza delle reiterate minacce, anche di licenziamento e denigratorie, formulate ai danni di questi ultimi.

Allo stesso era stato anche contestato di avere ripetutamente indirizzato ai lavoratori ingiustificate e pretestuose contestazioni di addebito disciplinare, ingenerando negli stessi un duraturo e persistente stato di ansia e di paura tale da costringerli ad alterare le loro abitudini.