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Indennità per ferie non godute – obbligo contributivo

Corte Cassazione, Sezione Lavoro, Ordinanza del 17 novembre 2020, n. 26160

data: 04.12.2020
Area: Diritto del Lavoro

La questione di cui si è occupata la Suprema Corte attiene alla assoggettabilità a contribuzione previdenziale dell’importo corrispondente alla indennità per ferie non godute dal lavoratore, anche se non corrisposta, allorché siano decorsi i diciotto mesi successivi al momento di maturazione delle dette ferie ed il rapporto di lavoro non sia cessato.

La decisione di merito impugnata, in sostanza aveva individuato un nesso di dipendenza necessaria tra l’obbligo del datore di lavoro nei riguardi del dipendente e l’obbligo del medesimo datore di lavoro nei riguardi del sistema previdenziale. In altre parole, secondo la Corte di merito, se il lavoratore non può pretendere la monetizzazione delle ferie non godute se non alla cessazione del rapporto di lavoro, allo stesso modo l’INPS non può pretendere il pagamento della contribuzione.

La Corte ha posto l’attenzione sul disposto della L. n. 153 del 1969, art. 12. La norma regola il sistema di finanziamento previdenziale secondo il principio (già espresso in Cass. n. 17670 del 2007; Cass. n. 6607 del 2004; Cass. n. 5534 del 2003; Cass. n. 3122 del 2003; Cass. n. 27213 del 2018) per il quale, alla base del calcolo dei contributi previdenziali, deve essere posta la retribuzione dovuta per legge o per contratto individuale o collettivo e non quella di fatto corrisposta, in quanto l’espressione usata dalla L. n. 153 del 1969, art. 12, per indicare la retribuzione imponibile (“tutto ciò che il lavoratore riceve dal datore di lavoro“) va intesa nel senso di “tutto ciò che ha diritto di ricevere“, ove si consideri che il rapporto assicurativo e l’obbligo contributivo ad esso connesso sorgono con l’instaurarsi del rapporto di lavoro, ma sono del tutto autonomi e distinti.

Alla luce di questo principio gli Ermellini deducono l’erroneità della tesi sostenuta dalla sentenza impugnata.

La Suprema Corte prosegue, richiamando il carattere parafiscale della contribuzione e la conseguente indisponibilità dei relativi crediti.

Infine, gli Ermellini hanno precisato che se il lavoratore non ha fruito delle ferie maturate entro il termine di legge e cioè e stato impiegato anche mentre avrebbe dovuto riposare, è certamente integrato il presupposto dell’obbligo contributivo richiesto dalla L. n. 153 del 1969, art. 12 giacché la prestazione è stata resa in un periodo in cui la stessa non avrebbe dovuto essere resa, generandosi una maggiore capacità contributiva, quantificabile in termini economici quale indennità per le ferie non godute, che non può non incidere sugli oneri di finanziamento del sistema previdenziale posti a carico dell’impresa che di tale maggior produzione si è avvantaggiata. Sulla base delle ragioni di cui sopra, per la Cassazione è irrilevante – ai fini previdenziali – che l’indennità possa essere monetizzata tra le parti del rapporto di lavoro solo alla cessazione del medesimo e cioè quando una di tali parti o entrambe deciderà di porvi fine.

Indennità per ferie non godute – obbligo contributivo

Corte Cassazione, Sezione Lavoro, Ordinanza del 17 novembre 2020, n. 26160

data: 04.12.2020
Area: Diritto del Lavoro

La questione di cui si è occupata la Suprema Corte attiene alla assoggettabilità a contribuzione previdenziale dell’importo corrispondente alla indennità per ferie non godute dal lavoratore, anche se non corrisposta, allorché siano decorsi i diciotto mesi successivi al momento di maturazione delle dette ferie ed il rapporto di lavoro non sia cessato.

La decisione di merito impugnata, in sostanza aveva individuato un nesso di dipendenza necessaria tra l’obbligo del datore di lavoro nei riguardi del dipendente e l’obbligo del medesimo datore di lavoro nei riguardi del sistema previdenziale. In altre parole, secondo la Corte di merito, se il lavoratore non può pretendere la monetizzazione delle ferie non godute se non alla cessazione del rapporto di lavoro, allo stesso modo l’INPS non può pretendere il pagamento della contribuzione.

La Corte ha posto l’attenzione sul disposto della L. n. 153 del 1969, art. 12. La norma regola il sistema di finanziamento previdenziale secondo il principio (già espresso in Cass. n. 17670 del 2007; Cass. n. 6607 del 2004; Cass. n. 5534 del 2003; Cass. n. 3122 del 2003; Cass. n. 27213 del 2018) per il quale, alla base del calcolo dei contributi previdenziali, deve essere posta la retribuzione dovuta per legge o per contratto individuale o collettivo e non quella di fatto corrisposta, in quanto l’espressione usata dalla L. n. 153 del 1969, art. 12, per indicare la retribuzione imponibile (“tutto ciò che il lavoratore riceve dal datore di lavoro“) va intesa nel senso di “tutto ciò che ha diritto di ricevere“, ove si consideri che il rapporto assicurativo e l’obbligo contributivo ad esso connesso sorgono con l’instaurarsi del rapporto di lavoro, ma sono del tutto autonomi e distinti.

Alla luce di questo principio gli Ermellini deducono l’erroneità della tesi sostenuta dalla sentenza impugnata.

La Suprema Corte prosegue, richiamando il carattere parafiscale della contribuzione e la conseguente indisponibilità dei relativi crediti.

Infine, gli Ermellini hanno precisato che se il lavoratore non ha fruito delle ferie maturate entro il termine di legge e cioè e stato impiegato anche mentre avrebbe dovuto riposare, è certamente integrato il presupposto dell’obbligo contributivo richiesto dalla L. n. 153 del 1969, art. 12 giacché la prestazione è stata resa in un periodo in cui la stessa non avrebbe dovuto essere resa, generandosi una maggiore capacità contributiva, quantificabile in termini economici quale indennità per le ferie non godute, che non può non incidere sugli oneri di finanziamento del sistema previdenziale posti a carico dell’impresa che di tale maggior produzione si è avvantaggiata. Sulla base delle ragioni di cui sopra, per la Cassazione è irrilevante – ai fini previdenziali – che l’indennità possa essere monetizzata tra le parti del rapporto di lavoro solo alla cessazione del medesimo e cioè quando una di tali parti o entrambe deciderà di porvi fine.