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Inidoneità al servizio e onere della prova

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, 21 marzo 2022, n. 9158

data: 01.04.2022
Area: Diritto del Lavoro

La dichiarazione di inidoneità al servizio, seppur non contestata dal lavoratore, non ha carattere di definitività e il Giudice può pervenire a conclusioni diverse sulla base della CTU, fermo l’onere datoriale di provare l’impossibilità del repêchage.

Il caso esaminato è stato originato dal licenziamento intimato ad un lavoratore per inidoneità al servizio.

Il Tribunale di primo grado si era pronunciato ritenendo illegittimo il recesso posto che, premessa la sindacabilità degli accertamenti medici, la perizia legale espletata nel corso del giudizio aveva certificato l’inidoneità fisica del lavoratore ad una sola delle mansioni rientranti nel suo livello di inquadramento contrattuale.

Da tale perizia il Tribunale aveva desunto che non risultava provata l’impossibilità di utilizzazione differente del lavoratore.

Di conseguenza, la Società veniva condannata a reintegrare il lavoratore ai sensi dell’art. 18, co. 7, dello Statuto dei lavoratori, con sentenza confermata in sede d’Appello.

La società ricorreva in cassazione, rilevando l’insindacabilità degli accertamenti medici relativi all’idoneità alle mansioni non opposti da parte del lavoratore, l’inesistenza di posizioni alternative e l’inapplicabilità della tutela reintegratoria

La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di merito affermando che in caso di recesso per inidoneità fisica, gli accertamenti medici posti alla base del licenziamento sono sindacabili, soprattutto a fronte di una perizia medico legale come quella disposta nel corso del giudizio.

Inoltre, il datore di lavoro non aveva neppure allegato e dimostrato di non poter diversamente utilizzare la prestazione lavorativa del dipendente, eventualmente anche in mansioni inferiori, sebbene lo stesso lavoratore, prima ancora del licenziamento, avesse prestato il suo consenso all’adibizione a mansioni inferiori.

Inidoneità al servizio e onere della prova

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, 21 marzo 2022, n. 9158

data: 01.04.2022
Area: Diritto del Lavoro

La dichiarazione di inidoneità al servizio, seppur non contestata dal lavoratore, non ha carattere di definitività e il Giudice può pervenire a conclusioni diverse sulla base della CTU, fermo l’onere datoriale di provare l’impossibilità del repêchage.

Il caso esaminato è stato originato dal licenziamento intimato ad un lavoratore per inidoneità al servizio.

Il Tribunale di primo grado si era pronunciato ritenendo illegittimo il recesso posto che, premessa la sindacabilità degli accertamenti medici, la perizia legale espletata nel corso del giudizio aveva certificato l’inidoneità fisica del lavoratore ad una sola delle mansioni rientranti nel suo livello di inquadramento contrattuale.

Da tale perizia il Tribunale aveva desunto che non risultava provata l’impossibilità di utilizzazione differente del lavoratore.

Di conseguenza, la Società veniva condannata a reintegrare il lavoratore ai sensi dell’art. 18, co. 7, dello Statuto dei lavoratori, con sentenza confermata in sede d’Appello.

La società ricorreva in cassazione, rilevando l’insindacabilità degli accertamenti medici relativi all’idoneità alle mansioni non opposti da parte del lavoratore, l’inesistenza di posizioni alternative e l’inapplicabilità della tutela reintegratoria

La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di merito affermando che in caso di recesso per inidoneità fisica, gli accertamenti medici posti alla base del licenziamento sono sindacabili, soprattutto a fronte di una perizia medico legale come quella disposta nel corso del giudizio.

Inoltre, il datore di lavoro non aveva neppure allegato e dimostrato di non poter diversamente utilizzare la prestazione lavorativa del dipendente, eventualmente anche in mansioni inferiori, sebbene lo stesso lavoratore, prima ancora del licenziamento, avesse prestato il suo consenso all’adibizione a mansioni inferiori.