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La rinunzia ad impugnare un contratto a termine per sforamento del tetto massimo di durata previsto per legge è nulla se sottoscritta prima del superamento anche se intervenuta in sede protetta

Cassazione civile sez. lav., 01/03/ 2022 n. 6664

data: 18.03.2022
Area: Diritto del Lavoro

In sede di conciliazione di una causa d’impugnazione del termine apposto a un contratto di lavoro della durata di 35 mesi e 18 giorni, l’impresa si era impegnata ad assumere nuovamente a termine per quattro mesi il ricorrente.

Posto che con il contratto offerto in sede di conciliazione giudiziale sarebbero stati superati i 36 mesi masi previsti dalla legge nell’accordo era stata prevista la espressa rinuncia, da parte del lavoratore, ad avanzare qualsiasi pretesa nascente da tale ultimo contratto.

Alla cessazione di questo, però, il dipendente ha promosso un nuovo giudizio, sostenendo la nullità della conciliazione e chiedendo la conversione del rapporto a tempo indeterminato, per superamento del termine massimo di durata di trentasei mesi.

La Corte ha accolto la domanda del lavoratore rilevando che il lavoratore ha rinunciato al diritto di impugnare l’ultimo contratto non dopo aver già acquisito il diritto ad impugnare per superamento dei 36 mesi ma nell’atto in cui lo acquisiva.

Per questa ragione, secondo la Corte, non si è trattato di una rinuncia, che presuppone un diritto già maturato in capo al lavoratore, ma di un atto con cui le parti hanno regolato il loro nuovo rapporto a termine in modo difforme dalla norma imperativa, con conseguente nullità.

In sede conciliativa si può rinunciare a diritti già maturati ma non si possono concordare regolazioni dei rapporti contrarie alle norme imperative.

La rinunzia ad impugnare un contratto a termine per sforamento del tetto massimo di durata previsto per legge è nulla se sottoscritta prima del superamento anche se intervenuta in sede protetta

Cassazione civile sez. lav., 01/03/ 2022 n. 6664

data: 18.03.2022
Area: Diritto del Lavoro

In sede di conciliazione di una causa d’impugnazione del termine apposto a un contratto di lavoro della durata di 35 mesi e 18 giorni, l’impresa si era impegnata ad assumere nuovamente a termine per quattro mesi il ricorrente.

Posto che con il contratto offerto in sede di conciliazione giudiziale sarebbero stati superati i 36 mesi masi previsti dalla legge nell’accordo era stata prevista la espressa rinuncia, da parte del lavoratore, ad avanzare qualsiasi pretesa nascente da tale ultimo contratto.

Alla cessazione di questo, però, il dipendente ha promosso un nuovo giudizio, sostenendo la nullità della conciliazione e chiedendo la conversione del rapporto a tempo indeterminato, per superamento del termine massimo di durata di trentasei mesi.

La Corte ha accolto la domanda del lavoratore rilevando che il lavoratore ha rinunciato al diritto di impugnare l’ultimo contratto non dopo aver già acquisito il diritto ad impugnare per superamento dei 36 mesi ma nell’atto in cui lo acquisiva.

Per questa ragione, secondo la Corte, non si è trattato di una rinuncia, che presuppone un diritto già maturato in capo al lavoratore, ma di un atto con cui le parti hanno regolato il loro nuovo rapporto a termine in modo difforme dalla norma imperativa, con conseguente nullità.

In sede conciliativa si può rinunciare a diritti già maturati ma non si possono concordare regolazioni dei rapporti contrarie alle norme imperative.