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Mobbing – responsabilità del datore di lavoro per atti offensivi messi in atto dai colleghi

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza del 4 dicembre 2020, n. 27913

data: 11.12.2020
Area: Diritto del Lavoro

Con la sentenza n. 27913/2020, la Suprema Corte si è espressa sulla responsabilità del datore di lavoro rispetto a condotte mobbizzanti messe in atto dai propri dipendenti (e alle quali lui non sia collegato né direttamente né indirettamente), in ragione della sua posizione di garante della tutela della salute e sicurezza dei dipendenti sul luogo di lavoro.

La decisione impugnata aveva condannato il datore di lavoro al risarcimento, in favore del dipendente, del danno da invalidità temporanea conseguente al mobbing posto in essere nei suoi confronti dai colleghi, e del quale era stata accertata la sussistenza sia da un punto di vista oggettivo che soggettivo. Secondo la Corte d’Appello, assume rilievo che il datore di lavoro sia stato messo al corrente dei reiterati episodi mobbizzanti posti in essere nei confronti del dipendente, ma non abbia voluto indagare a fondo la questione, né attuare provvedimenti disciplinari idonei a tutelare la situazione problematica prospettatagli dal dipendente offeso.

La Suprema Corte ha preliminarmente ricordato che la responsabilità datoriale per la mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità psico-fisica del lavoratore, nei casi in cui non vi siano norme specifiche, discende dall’obbligo generale posto dall’art. 2087 c.c., che impone all’imprenditore di adottare, nell’esercizio dell’impresa, tutte le misure che siano necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica. Questa conclusione s’inscrive in un già consolidato orientamento giurisprudenziale dei Giudici di legittimità (Cass. n. 27964/2018; Cass. n. 10145/2017; Cass. n. 22710/2015; Cass n. 18626/2013; Cass. n. 17092/2012).

La Cassazione, quindi, ha confermato la decisione della Corte d’Appello, ribadendo che, nel caso in esame, sebbene il datore di lavoro non si sia reso diretto protagonista diretto delle condotte vessatorie subite dal dipendente, tuttavia non può andare esente da responsabilità rispetto ai propri obblighi di tutela previsti dall’art. 2087 c.c. A tal proposito, gli ermellini sottolineano la posizione di “garante” che spetta inderogabilmente al datore di lavoro.

Infine, la Cassazione precisa che questa interpretazione dell’art. 2087 c.c. si fonda, in primis, sull’art. 32 della Costituzione che garantisce il diritto alla salute come primario e originario dell’individuo (anche sul luogo di lavoro) e, altresì, sui principi generali di buona fede e correttezza nell’attuazione del rapporto obbligatorio e sul principio generale del neminem leadere previsto dall’art. 2043 c.c. in tema di responsabilità extracontrattuale.

Mobbing – responsabilità del datore di lavoro per atti offensivi messi in atto dai colleghi

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza del 4 dicembre 2020, n. 27913

data: 11.12.2020
Area: Diritto del Lavoro

Con la sentenza n. 27913/2020, la Suprema Corte si è espressa sulla responsabilità del datore di lavoro rispetto a condotte mobbizzanti messe in atto dai propri dipendenti (e alle quali lui non sia collegato né direttamente né indirettamente), in ragione della sua posizione di garante della tutela della salute e sicurezza dei dipendenti sul luogo di lavoro.

La decisione impugnata aveva condannato il datore di lavoro al risarcimento, in favore del dipendente, del danno da invalidità temporanea conseguente al mobbing posto in essere nei suoi confronti dai colleghi, e del quale era stata accertata la sussistenza sia da un punto di vista oggettivo che soggettivo. Secondo la Corte d’Appello, assume rilievo che il datore di lavoro sia stato messo al corrente dei reiterati episodi mobbizzanti posti in essere nei confronti del dipendente, ma non abbia voluto indagare a fondo la questione, né attuare provvedimenti disciplinari idonei a tutelare la situazione problematica prospettatagli dal dipendente offeso.

La Suprema Corte ha preliminarmente ricordato che la responsabilità datoriale per la mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità psico-fisica del lavoratore, nei casi in cui non vi siano norme specifiche, discende dall’obbligo generale posto dall’art. 2087 c.c., che impone all’imprenditore di adottare, nell’esercizio dell’impresa, tutte le misure che siano necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica. Questa conclusione s’inscrive in un già consolidato orientamento giurisprudenziale dei Giudici di legittimità (Cass. n. 27964/2018; Cass. n. 10145/2017; Cass. n. 22710/2015; Cass n. 18626/2013; Cass. n. 17092/2012).

La Cassazione, quindi, ha confermato la decisione della Corte d’Appello, ribadendo che, nel caso in esame, sebbene il datore di lavoro non si sia reso diretto protagonista diretto delle condotte vessatorie subite dal dipendente, tuttavia non può andare esente da responsabilità rispetto ai propri obblighi di tutela previsti dall’art. 2087 c.c. A tal proposito, gli ermellini sottolineano la posizione di “garante” che spetta inderogabilmente al datore di lavoro.

Infine, la Cassazione precisa che questa interpretazione dell’art. 2087 c.c. si fonda, in primis, sull’art. 32 della Costituzione che garantisce il diritto alla salute come primario e originario dell’individuo (anche sul luogo di lavoro) e, altresì, sui principi generali di buona fede e correttezza nell’attuazione del rapporto obbligatorio e sul principio generale del neminem leadere previsto dall’art. 2043 c.c. in tema di responsabilità extracontrattuale.