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Rapporto tra fonti collettive – trattamenti accessori

Cassazione civile sez. lav., 09/05/2022, n. 14578

data: 13.05.2022
Area: Diritto del Lavoro

I trattamenti retributivi, come la retribuzione di risultato e più in generale i trattamenti accessori non rientrano nella sfera di garanzia dettata dall’art. 36 Cost., comprendendo la tutela costituzionale, non tutto il complessivo trattamento contrattuale, bensì solo quello che è stato definito il c.d. minimo costituzionale”.

Il caso trae origine da una pronuncia Corte d’appello di Brescia che ha confermato la sentenza di primo grado di rigetto delle domande proposte da un gruppo di lavoratori intese all’accertamento del diritto a percepire, anche dopo la disdetta da parte della società dell’Accordo Integrativo Aziendale, la voce retributiva denominata “ex premio aziendale individuale ad personam”. Avverso tale pronuncia, i lavoratori ricorrevano in Cassazione denunciando la falsa applicazione degli artt. 1322, 1373, 1340, 2095, 2103 c.c., 36 e 39 Cost. per avere la Corte territoriale illegittimamente ritenuto che il corrispettivo della prestazione lavorativa potesse essere modificato unilateralmente dalla società sulla base della disdetta dell’accordo aziendale.

Il motivo non è stato accolto in quanto, con la sentenza in commento, la Suprema Corte ha statuito che “venendo in rilievo un trattamento accessorio di derivazione collettiva, alcuna lesione al principio della retribuzione proporzionata e sufficiente ex art. 36 Cost. può ritenersi consumata per il solo fatto della soppressione del premio in oggetto con riferimento ai lavoratori ai quali era stato erogato fino al momento della disdetta dell’accordo aziendale”. Nella specifico, non vi è spazio per l’applicazione dell’invocato principio di irriducibilità della retribuzione, in quanto “una volta esclusa, infatti, in ragione di quanto sopra osservato, la “incorporazione” nel contratto individuale del premio in questione, le relative vicende ed in particolare la questione della legittimità della sua soppressione per effetto della disdetta di una delle parti stipulanti, si colloca sul diverso piano della disciplina che regola il rapporto fra le fonti collettive ed in particolare la possibilità riconosciuta alle parti collettive, di prevedere l’esercizio della facoltà di disdetta come proprio dei rapporti di durata; l’esercizio di tale facoltà di disdetta deve essere considerato legittimo purché non incida sui diritti quesiti dei lavoratori che qui non vengono in considerazione per quello che si è detto”.

Rapporto tra fonti collettive – trattamenti accessori

Cassazione civile sez. lav., 09/05/2022, n. 14578

data: 13.05.2022
Area: Diritto del Lavoro

I trattamenti retributivi, come la retribuzione di risultato e più in generale i trattamenti accessori non rientrano nella sfera di garanzia dettata dall’art. 36 Cost., comprendendo la tutela costituzionale, non tutto il complessivo trattamento contrattuale, bensì solo quello che è stato definito il c.d. minimo costituzionale”.

Il caso trae origine da una pronuncia Corte d’appello di Brescia che ha confermato la sentenza di primo grado di rigetto delle domande proposte da un gruppo di lavoratori intese all’accertamento del diritto a percepire, anche dopo la disdetta da parte della società dell’Accordo Integrativo Aziendale, la voce retributiva denominata “ex premio aziendale individuale ad personam”. Avverso tale pronuncia, i lavoratori ricorrevano in Cassazione denunciando la falsa applicazione degli artt. 1322, 1373, 1340, 2095, 2103 c.c., 36 e 39 Cost. per avere la Corte territoriale illegittimamente ritenuto che il corrispettivo della prestazione lavorativa potesse essere modificato unilateralmente dalla società sulla base della disdetta dell’accordo aziendale.

Il motivo non è stato accolto in quanto, con la sentenza in commento, la Suprema Corte ha statuito che “venendo in rilievo un trattamento accessorio di derivazione collettiva, alcuna lesione al principio della retribuzione proporzionata e sufficiente ex art. 36 Cost. può ritenersi consumata per il solo fatto della soppressione del premio in oggetto con riferimento ai lavoratori ai quali era stato erogato fino al momento della disdetta dell’accordo aziendale”. Nella specifico, non vi è spazio per l’applicazione dell’invocato principio di irriducibilità della retribuzione, in quanto “una volta esclusa, infatti, in ragione di quanto sopra osservato, la “incorporazione” nel contratto individuale del premio in questione, le relative vicende ed in particolare la questione della legittimità della sua soppressione per effetto della disdetta di una delle parti stipulanti, si colloca sul diverso piano della disciplina che regola il rapporto fra le fonti collettive ed in particolare la possibilità riconosciuta alle parti collettive, di prevedere l’esercizio della facoltà di disdetta come proprio dei rapporti di durata; l’esercizio di tale facoltà di disdetta deve essere considerato legittimo purché non incida sui diritti quesiti dei lavoratori che qui non vengono in considerazione per quello che si è detto”.