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Regime impatriati solo in presenza della discontinuità lavorativa

Agenzia delle Entrate, risposta a interpello n. 159 del 28 marzo 2022

data: 15.04.2022
Area: Diritto del Lavoro

Non è sufficiente il distacco all’estero per consentire al dipendente che rientra in Italia di beneficiare del regime “impatriati”. Si è espressa in questi termini l’Agenzia delle Entrate nella risposta a interpello n. 159/2022.

Il caso riguarda un dipendente di una società italiana (Alfa S.a.s. Italian Branch), con cittadinanza italiana, coniugato e in possesso di un titolo di laurea in Economia.

In particolare, il dipendente, dal 1°agosto 2012 al 31 dicembre 2017, ha lavorato presso altra società facente parte del Gruppo (Beta S.p.A.) con inquadramento di impiegato di 7° livello e mansioni di Global Sales Planning and Performance Manager; successivamente, dal 1° gennaio 2018, il contratto di lavoro del dipendente è stato ceduto ad un’ulteriore società facente parte sempre del Gruppo (Alfa Group Italia), prevedendo contestualmente il distacco del medesimo presso la consociata francese, con sede di lavoro a Parigi.

Nel periodo del distacco la Società istante, e più in generale il Gruppo, ha vissuto una radicale riorganizzazione.

Dal 1° gennaio 2021, il dipendente è rientrato in Italia, presso la Branch.

La società datrice di lavoro chiedeva chiarimenti circa l’applicabilità del regime fiscale per i lavoratori “impatriati” ai sensi dell’art. 16 del D.lgs. n. 147/2015.

La disciplina in questione si rivolge a chi trasferisce la residenza fiscale nel territorio dello Stato, non è stato residente in Italia nei due periodi d’imposta precedenti il trasferimento e si impegna a risiedere in Italia per almeno 2 anni svolgendovi la propria attività lavorativa. L’agevolazione consente una detassazione del reddito di lavoro dipendente nella misura del 70% ed è efficace per un quinquennio, con possibilità di proroga per altri 5 anni al ricorrere di alcune condizioni.

La compatibilità del distacco con il regime speciale per i lavoratori impatriati genera un’ampia casistica di interesse per le multinazionali, soprattutto in considerazione dell’assenza di disposizioni normative ad hoc. In materia è, però, intervenuta l’Agenzia delle Entrate, da ultimo, con la circolare 33/E/2020.

Secondo l’interpretazione dell’ente fiscale, nell’ipotesi di distacco all’estero il beneficio fiscale non spetterebbe in presenza, al rientro, del medesimo contratto di lavoro con lo stesso datore di lavoro.

Si tratta di una posizione restrittiva, che va oltre quanto previsto dalla legge e che l’ente fiscale giustifica per evitare un uso “strumentale” degli incentivi. Diversamente, è la stessa Agenzia ad ammettere la possibilità di valutare positivamente quelle specifiche ipotesi in cui il rientro in Italia non è conseguenza della naturale scadenza del distacco ma è, invece, legato ad una “nuova” attività lavorativa, in virtù della sottoscrizione di un nuovo contratto di lavoro, diverso dal contratto in essere in Italia prima del distacco e, quindi, con un diverso ruolo aziendale e una diversa retribuzione.

Tra gli ulteriori elementi rilevanti ai fini della “continuità” (o meno) del rapporto è stato segnalato il riconoscimento delle ferie maturate prima del nuovo accordo aziendale, il riconoscimento dell’anzianità dalla data di prima assunzione, l’assenza del periodo di prova o la presenza di clausole volte a non liquidare i ratei di tredicesima (ed eventuale quattordicesima) maturati nonché il Tfr alla data di sottoscrizione del nuovo accordo. Il caso oggetto dell’interpello è specifico in quanto riguarda la posizione lavorativa di un dipendente per la quale, indipendentemente dal nuovo ruolo assunto al rientro in Italia, conferito anche in ragione delle maggiori competenze ed esperienze professionali maturate all’estero e dalla revisione della retribuzione, in sostanza i termini e le condizioni contrattuali, così come il datore di lavoro rimangono di fatto immutati.

Il parere dell’Agenzia delle Entrate è negativo, in quanto è stata data rilevanza all’elemento formale consistente nel fatto che, al rientro in Italia, si continuano ad applicare le originarie condizioni contrattuali in essere prima dell’espatrio (in particolare, la posizione lavorativa assunta dal dipendente al rientro è in “continuità” con quella precedente).

Ad avviso dell’Agenzia, nel caso di specie, non sembra potersi ravvisare il requisito della “discontinuità lavorativa”, in mancanza del quale l’accesso al regime fiscale agevolativo deve ritenersi precluso.

Regime impatriati solo in presenza della discontinuità lavorativa

Agenzia delle Entrate, risposta a interpello n. 159 del 28 marzo 2022

data: 15.04.2022
Area: Diritto del Lavoro

Non è sufficiente il distacco all’estero per consentire al dipendente che rientra in Italia di beneficiare del regime “impatriati”. Si è espressa in questi termini l’Agenzia delle Entrate nella risposta a interpello n. 159/2022.

Il caso riguarda un dipendente di una società italiana (Alfa S.a.s. Italian Branch), con cittadinanza italiana, coniugato e in possesso di un titolo di laurea in Economia.

In particolare, il dipendente, dal 1°agosto 2012 al 31 dicembre 2017, ha lavorato presso altra società facente parte del Gruppo (Beta S.p.A.) con inquadramento di impiegato di 7° livello e mansioni di Global Sales Planning and Performance Manager; successivamente, dal 1° gennaio 2018, il contratto di lavoro del dipendente è stato ceduto ad un’ulteriore società facente parte sempre del Gruppo (Alfa Group Italia), prevedendo contestualmente il distacco del medesimo presso la consociata francese, con sede di lavoro a Parigi.

Nel periodo del distacco la Società istante, e più in generale il Gruppo, ha vissuto una radicale riorganizzazione.

Dal 1° gennaio 2021, il dipendente è rientrato in Italia, presso la Branch.

La società datrice di lavoro chiedeva chiarimenti circa l’applicabilità del regime fiscale per i lavoratori “impatriati” ai sensi dell’art. 16 del D.lgs. n. 147/2015.

La disciplina in questione si rivolge a chi trasferisce la residenza fiscale nel territorio dello Stato, non è stato residente in Italia nei due periodi d’imposta precedenti il trasferimento e si impegna a risiedere in Italia per almeno 2 anni svolgendovi la propria attività lavorativa. L’agevolazione consente una detassazione del reddito di lavoro dipendente nella misura del 70% ed è efficace per un quinquennio, con possibilità di proroga per altri 5 anni al ricorrere di alcune condizioni.

La compatibilità del distacco con il regime speciale per i lavoratori impatriati genera un’ampia casistica di interesse per le multinazionali, soprattutto in considerazione dell’assenza di disposizioni normative ad hoc. In materia è, però, intervenuta l’Agenzia delle Entrate, da ultimo, con la circolare 33/E/2020.

Secondo l’interpretazione dell’ente fiscale, nell’ipotesi di distacco all’estero il beneficio fiscale non spetterebbe in presenza, al rientro, del medesimo contratto di lavoro con lo stesso datore di lavoro.

Si tratta di una posizione restrittiva, che va oltre quanto previsto dalla legge e che l’ente fiscale giustifica per evitare un uso “strumentale” degli incentivi. Diversamente, è la stessa Agenzia ad ammettere la possibilità di valutare positivamente quelle specifiche ipotesi in cui il rientro in Italia non è conseguenza della naturale scadenza del distacco ma è, invece, legato ad una “nuova” attività lavorativa, in virtù della sottoscrizione di un nuovo contratto di lavoro, diverso dal contratto in essere in Italia prima del distacco e, quindi, con un diverso ruolo aziendale e una diversa retribuzione.

Tra gli ulteriori elementi rilevanti ai fini della “continuità” (o meno) del rapporto è stato segnalato il riconoscimento delle ferie maturate prima del nuovo accordo aziendale, il riconoscimento dell’anzianità dalla data di prima assunzione, l’assenza del periodo di prova o la presenza di clausole volte a non liquidare i ratei di tredicesima (ed eventuale quattordicesima) maturati nonché il Tfr alla data di sottoscrizione del nuovo accordo. Il caso oggetto dell’interpello è specifico in quanto riguarda la posizione lavorativa di un dipendente per la quale, indipendentemente dal nuovo ruolo assunto al rientro in Italia, conferito anche in ragione delle maggiori competenze ed esperienze professionali maturate all’estero e dalla revisione della retribuzione, in sostanza i termini e le condizioni contrattuali, così come il datore di lavoro rimangono di fatto immutati.

Il parere dell’Agenzia delle Entrate è negativo, in quanto è stata data rilevanza all’elemento formale consistente nel fatto che, al rientro in Italia, si continuano ad applicare le originarie condizioni contrattuali in essere prima dell’espatrio (in particolare, la posizione lavorativa assunta dal dipendente al rientro è in “continuità” con quella precedente).

Ad avviso dell’Agenzia, nel caso di specie, non sembra potersi ravvisare il requisito della “discontinuità lavorativa”, in mancanza del quale l’accesso al regime fiscale agevolativo deve ritenersi precluso.