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Transazione generale novativa – apposizione del termine in frode alla legge – sindacato del giudizio di merito

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Ordinanza del 14 ottobre 2020, n. 22213

data: 23.10.2020
Area: Diritto del Lavoro

La Corte di Cassazione si è pronunciata riguardo alla sindacabilità del giudizio di merito riguardo all‘effettiva sussistenza del valore transattivo di una dichiarazione negoziale del lavoratore nell’ambito di un atto sottoscritto da quest’ultimo e dal datore di lavoro quando tale transazione cela una “frode alla legge”, ossia la volontà di aggirare una norma imperativa inderogabile

Gli ermellini precisano, innanzitutto, che la novazione oggettiva si configura come un contratto estintivo e costitutivo di obbligazioni, caratterizzato dalla volontà di far sorgere un nuovo rapporto obbligatorio in sostituzione di quello precedente con nuove autonome situazioni giuridiche. Perché sia ravvisabile una novazione è necessario che sia riscontrabile, sotto il profilo soggettivo, l’animus novandi, consistente nella inequivoca, comune intenzione di entrambe le parti di estinguere l’originaria obbligazione, sostituendola con una nuova, e l’aliquid novi, inteso come mutamento sostanziale dell’oggetto della prestazione o del titolo del rapporto.

La Suprema Corte richiama la passata giurisprudenza di legittimità secondo la quale ai fini dell’esistenza dell’elemento novativo è necessario che risulti con chiarezza che le parti stipulanti fossero consapevoli della conversione del precedente rapporto e, ciò nonostante, abbiano inteso costituire un nuovo rapporto di lavoro (cfr. Cass n. 14712/2015 e Cass n. 17328/2012).

Secondo la Cassazione è corretto quanto osservato dalla Corte territoriale in merito al caso di specie che verteva sull’asserita rinuncia del lavoratore a qualsiasi rivendicazione relativa all’illegittima apposizione del termine al contratto di lavoro. La Corte territoriale aveva osservato che “qualora si ravvisasse a fondamento della novazione l’intento di porre nel nulla gli eventuali profili di illegittimità dell’apposizione dei termini ai precedenti rapporti, lo scopo così perseguito configurerebbe un’ipotesi di frode alla legge. Infatti, l’effetto della pattuizione in esame sarebbe quello di ampliare l’ambito di operatività della normativa di cui al decreto legislativo n. 368/2001 (applicabile alla fattispecie ratione temporis n.d.r.) oltre i limiti di legge ivi previsti”.

In conclusione, la Suprema Corte ribadisce un principio già espresso in precedenza secondo il quale “in presenza di un atto sottoscritto dal lavoratore, che il datore di lavoro assuma espressivo di una volontà abdicativa o transattiva dello stesso dipendente, il primo compito del giudice è quello di determinare il reale contenuto dell’atto, secondo le norme legali di ermeneutica contrattuale, in quanto applicabili ai negozi unilaterali, avendo in particolare presente che la generica dichiarazione di stile del lavoratore, di non aver altro a pretendere è di per sé solo irrilevante, ove non sia accompagnata dall’indicazione dell’oggetto – che a pena di nullità deve essere determinato o determinabile – della rinuncia.” (Cfr. Cass. n. 7244/2014 e Cass. n. 6615/1987).

Transazione generale novativa – apposizione del termine in frode alla legge – sindacato del giudizio di merito

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Ordinanza del 14 ottobre 2020, n. 22213

data: 23.10.2020
Area: Diritto del Lavoro

La Corte di Cassazione si è pronunciata riguardo alla sindacabilità del giudizio di merito riguardo all‘effettiva sussistenza del valore transattivo di una dichiarazione negoziale del lavoratore nell’ambito di un atto sottoscritto da quest’ultimo e dal datore di lavoro quando tale transazione cela una “frode alla legge”, ossia la volontà di aggirare una norma imperativa inderogabile

Gli ermellini precisano, innanzitutto, che la novazione oggettiva si configura come un contratto estintivo e costitutivo di obbligazioni, caratterizzato dalla volontà di far sorgere un nuovo rapporto obbligatorio in sostituzione di quello precedente con nuove autonome situazioni giuridiche. Perché sia ravvisabile una novazione è necessario che sia riscontrabile, sotto il profilo soggettivo, l’animus novandi, consistente nella inequivoca, comune intenzione di entrambe le parti di estinguere l’originaria obbligazione, sostituendola con una nuova, e l’aliquid novi, inteso come mutamento sostanziale dell’oggetto della prestazione o del titolo del rapporto.

La Suprema Corte richiama la passata giurisprudenza di legittimità secondo la quale ai fini dell’esistenza dell’elemento novativo è necessario che risulti con chiarezza che le parti stipulanti fossero consapevoli della conversione del precedente rapporto e, ciò nonostante, abbiano inteso costituire un nuovo rapporto di lavoro (cfr. Cass n. 14712/2015 e Cass n. 17328/2012).

Secondo la Cassazione è corretto quanto osservato dalla Corte territoriale in merito al caso di specie che verteva sull’asserita rinuncia del lavoratore a qualsiasi rivendicazione relativa all’illegittima apposizione del termine al contratto di lavoro. La Corte territoriale aveva osservato che “qualora si ravvisasse a fondamento della novazione l’intento di porre nel nulla gli eventuali profili di illegittimità dell’apposizione dei termini ai precedenti rapporti, lo scopo così perseguito configurerebbe un’ipotesi di frode alla legge. Infatti, l’effetto della pattuizione in esame sarebbe quello di ampliare l’ambito di operatività della normativa di cui al decreto legislativo n. 368/2001 (applicabile alla fattispecie ratione temporis n.d.r.) oltre i limiti di legge ivi previsti”.

In conclusione, la Suprema Corte ribadisce un principio già espresso in precedenza secondo il quale “in presenza di un atto sottoscritto dal lavoratore, che il datore di lavoro assuma espressivo di una volontà abdicativa o transattiva dello stesso dipendente, il primo compito del giudice è quello di determinare il reale contenuto dell’atto, secondo le norme legali di ermeneutica contrattuale, in quanto applicabili ai negozi unilaterali, avendo in particolare presente che la generica dichiarazione di stile del lavoratore, di non aver altro a pretendere è di per sé solo irrilevante, ove non sia accompagnata dall’indicazione dell’oggetto – che a pena di nullità deve essere determinato o determinabile – della rinuncia.” (Cfr. Cass. n. 7244/2014 e Cass. n. 6615/1987).