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Utilizzo dei permessi ex L. n. 104/1992 da parte del lavoratore disabile

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Ordinanza del 25 settembre 2020, n. 20243

data: 02.10.2020
Area: Diritto del Lavoro

Con l’Ordinanza del 25 settembre 2020, n. 20243, la Suprema Corte si è pronunciata sulle finalità di utilizzo, da parte del lavoratore portatore di disabilità, dei permessi ex art. 33, commi 3 e 6, L. n. 104/1992. Nello specifico, la Cassazione ha avvallato le decisioni delle Corti territoriali che avevano dichiarato l’illegittimità del licenziamento disciplinare del dipendente portatore di handicap motivato dall’abuso dei permessi ex L. n. 104/1992, avendo il lavoratore aumentato i giorni di assenza in concomitanza delle festività e, dunque, per finalità estranee a quelle connesse alla cura della sua condizione di invalido.

Gli ermellini richiamano, sotto il profilo sistematico, il quadro normativo che disciplina la tutela delle persone svantaggiate, costituito da un complesso di norme, – di fonte interna – in primis dagli artt. 2, 3, 38 Cost. nonché dalla L. n. 68/199 – ed internazionale – quali sono la Direttiva 2000/78/CE del Consiglio e la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata e resa esecutiva in Italia con L. n. 18/2009.

La Corte di Cassazione, poi, fa riferimento a quanto statuito dalla Corte Costituzionale in tema di assistenza del disabile da parte dei familiari lavoratori e, in particolare, all’esigenza di socializzazione del disabile che costituisce, in tutte le sue modalità esplicative, fondamentale fattore di sviluppo della personalità e idoneo strumento di tutela della saluta del portatore di handicap, intesa nella sua accezione più ampia di salute psico-fisica (Cfr. Cost. n. 350/2003; Cost. n. 158/2007; Cost. n. 213/2016).

Sulla base di ciò, il Giudice di legittimità rileva che i lavoratori portatori di handicap rilevanti, proprio perché svolgono attività lavorativa, sono gravati più di quanto non sia un lavoratore che assista un coniuge o un parente invalido: la fruizione dei permessi non può essere, dunque, vincolata necessariamente allo svolgimento di visite mediche o di altri interventi di cura, essendo – più in generale – preordinata all’obiettivo di ristabilire l’equilibrio fisico e psicologico necessario per godere di un pieno inserimento nella vita familiare e sociale.

In conclusione dell’Ordinanza in commento, la Suprema Corte ha formulato il seguente principio di diritto: i permessi ex art. 33, comma 6, L. n. 104/1992, sono riconosciuti al lavoratore portatore di handicap in ragione della necessità di una più agevole integrazione familiare e sociale, senza che la fruizione del beneficio debba essere necessariamente diretto alle esigenze di cura.

Utilizzo dei permessi ex L. n. 104/1992 da parte del lavoratore disabile

Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Ordinanza del 25 settembre 2020, n. 20243

data: 02.10.2020
Area: Diritto del Lavoro

Con l’Ordinanza del 25 settembre 2020, n. 20243, la Suprema Corte si è pronunciata sulle finalità di utilizzo, da parte del lavoratore portatore di disabilità, dei permessi ex art. 33, commi 3 e 6, L. n. 104/1992. Nello specifico, la Cassazione ha avvallato le decisioni delle Corti territoriali che avevano dichiarato l’illegittimità del licenziamento disciplinare del dipendente portatore di handicap motivato dall’abuso dei permessi ex L. n. 104/1992, avendo il lavoratore aumentato i giorni di assenza in concomitanza delle festività e, dunque, per finalità estranee a quelle connesse alla cura della sua condizione di invalido.

Gli ermellini richiamano, sotto il profilo sistematico, il quadro normativo che disciplina la tutela delle persone svantaggiate, costituito da un complesso di norme, – di fonte interna – in primis dagli artt. 2, 3, 38 Cost. nonché dalla L. n. 68/199 – ed internazionale – quali sono la Direttiva 2000/78/CE del Consiglio e la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata e resa esecutiva in Italia con L. n. 18/2009.

La Corte di Cassazione, poi, fa riferimento a quanto statuito dalla Corte Costituzionale in tema di assistenza del disabile da parte dei familiari lavoratori e, in particolare, all’esigenza di socializzazione del disabile che costituisce, in tutte le sue modalità esplicative, fondamentale fattore di sviluppo della personalità e idoneo strumento di tutela della saluta del portatore di handicap, intesa nella sua accezione più ampia di salute psico-fisica (Cfr. Cost. n. 350/2003; Cost. n. 158/2007; Cost. n. 213/2016).

Sulla base di ciò, il Giudice di legittimità rileva che i lavoratori portatori di handicap rilevanti, proprio perché svolgono attività lavorativa, sono gravati più di quanto non sia un lavoratore che assista un coniuge o un parente invalido: la fruizione dei permessi non può essere, dunque, vincolata necessariamente allo svolgimento di visite mediche o di altri interventi di cura, essendo – più in generale – preordinata all’obiettivo di ristabilire l’equilibrio fisico e psicologico necessario per godere di un pieno inserimento nella vita familiare e sociale.

In conclusione dell’Ordinanza in commento, la Suprema Corte ha formulato il seguente principio di diritto: i permessi ex art. 33, comma 6, L. n. 104/1992, sono riconosciuti al lavoratore portatore di handicap in ragione della necessità di una più agevole integrazione familiare e sociale, senza che la fruizione del beneficio debba essere necessariamente diretto alle esigenze di cura.