INTRANET
Copyright 2020 - Quorum Studio Legale e Tributario Associato - Credits

E-commerce e tutela dei marchi: Amazon vince la battaglia contro Coty Germany

Corte di giustizia UE, sez. V, 02/04/2020 n. C‑567/18

data: 10.04.2020
Area: Proprietà Intellettuale

La società di e-commerce Amazon non può essere ritenuta responsabile per il fatto in sé di custodire nei propri magazzini i prodotti di rivenditori terzi recanti segni in contraffazione di un marchio. È quanto stabilito dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea, nella recente decisione sulla causa intentata dalla società Coty Germany contro il colosso di e-commerce. La Corte fornisce una chiara interpretazione dell’art. 9, paragrafo 2, lettera b) del Regolamento n. 207/2009 sul marchio comunitario e dell’art. 9, paragrafo 3, lettera b) del Regolamento 2017/1001 sul marchio dell’Unione europea. Queste norme indicano (in maniera non tassativa) quali sono i possibili usi di segni, simili o identici a un determinato marchio, che il titolare di quest’ultimo ha diritto di vietare in virtù della propria privativa. Tra tali usi vietati è contemplata, in particolare, “l’offerta dei prodotti, la loro immissione in commercio oppure il loro stoccaggio a tali fini”. È su questa disposizione che il giudice del rinvio ha sollecitato l’intervento della Corte di giustizia, chiedendole di chiarire se la mera operazione di magazzinaggio di prodotti contraffattori possa costituire essa stessa un uso illecito del marchio altrui.

La sentenza in commento chiarisce innanzitutto che il concetto di “uso” illecito del marchio altrui implica un comportamento attivo e un controllo sull’atto di “usare”, tale per cui chi compie tale atto sia anche effettivamente in grado di porvi fine. Ciò posto, la Corte sottolinea che, mentre costituisce sicuramente un “uso” illecito l’affidamento a un depositario di prodotti recanti segni simili o identici all’altrui marchio, ai fini della loro commercializzazione, non può dirsi che l’atto del depositario di custodire le merci recanti il marchio altrui costituisca sempre un “uso” di quest’ultimo. Infatti, affinché il magazzinaggio possa essere qualificato come “uso” dei segni presenti sui prodotti immagazzinati, occorre che chi lo effettua persegua egli stesso le finalità di offrire i prodotti custoditi o immetterli in commercio. Nel caso di specie, dalla decisione di rinvio risulta che Amazon non aveva offerto in vendita né immesso in commercio i prodotti in questione, né tantomeno intendeva farlo. Di conseguenza, le sopra citate norme europee devono essere interpretate nel senso che “una persona che conservi per conto di un terzo prodotti che violano un diritto di marchio, senza essere a conoscenza di tale violazione, si deve ritenere che non stocchi tali prodotti ai fini della loro offerta o della loro immissione in commercio ai sensi delle succitate disposizioni, qualora non persegua essa stessa dette finalità”.

E-commerce e tutela dei marchi: Amazon vince la battaglia contro Coty Germany

Corte di giustizia UE, sez. V, 02/04/2020 n. C‑567/18

data: 10.04.2020
Area: Proprietà Intellettuale

La società di e-commerce Amazon non può essere ritenuta responsabile per il fatto in sé di custodire nei propri magazzini i prodotti di rivenditori terzi recanti segni in contraffazione di un marchio. È quanto stabilito dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea, nella recente decisione sulla causa intentata dalla società Coty Germany contro il colosso di e-commerce. La Corte fornisce una chiara interpretazione dell’art. 9, paragrafo 2, lettera b) del Regolamento n. 207/2009 sul marchio comunitario e dell’art. 9, paragrafo 3, lettera b) del Regolamento 2017/1001 sul marchio dell’Unione europea. Queste norme indicano (in maniera non tassativa) quali sono i possibili usi di segni, simili o identici a un determinato marchio, che il titolare di quest’ultimo ha diritto di vietare in virtù della propria privativa. Tra tali usi vietati è contemplata, in particolare, “l’offerta dei prodotti, la loro immissione in commercio oppure il loro stoccaggio a tali fini”. È su questa disposizione che il giudice del rinvio ha sollecitato l’intervento della Corte di giustizia, chiedendole di chiarire se la mera operazione di magazzinaggio di prodotti contraffattori possa costituire essa stessa un uso illecito del marchio altrui.

La sentenza in commento chiarisce innanzitutto che il concetto di “uso” illecito del marchio altrui implica un comportamento attivo e un controllo sull’atto di “usare”, tale per cui chi compie tale atto sia anche effettivamente in grado di porvi fine. Ciò posto, la Corte sottolinea che, mentre costituisce sicuramente un “uso” illecito l’affidamento a un depositario di prodotti recanti segni simili o identici all’altrui marchio, ai fini della loro commercializzazione, non può dirsi che l’atto del depositario di custodire le merci recanti il marchio altrui costituisca sempre un “uso” di quest’ultimo. Infatti, affinché il magazzinaggio possa essere qualificato come “uso” dei segni presenti sui prodotti immagazzinati, occorre che chi lo effettua persegua egli stesso le finalità di offrire i prodotti custoditi o immetterli in commercio. Nel caso di specie, dalla decisione di rinvio risulta che Amazon non aveva offerto in vendita né immesso in commercio i prodotti in questione, né tantomeno intendeva farlo. Di conseguenza, le sopra citate norme europee devono essere interpretate nel senso che “una persona che conservi per conto di un terzo prodotti che violano un diritto di marchio, senza essere a conoscenza di tale violazione, si deve ritenere che non stocchi tali prodotti ai fini della loro offerta o della loro immissione in commercio ai sensi delle succitate disposizioni, qualora non persegua essa stessa dette finalità”.