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Il Consiglio di Stato sul divieto di indicazione di determinati vitigni sulle etichette di prodotti IGT

Consiglio di Stato, sez. III, 02/11/2020, n. 6745

data: 20.11.2020
Area: Proprietà Intellettuale

Di recente il Consiglio di Stato ha emesso un’importante sentenza in materia libera concorrenza nel settore vitivinicolo, risolvendo i quesiti circa la legittimità delle modifiche ai disciplinari di produzione. In particolare, il Consiglio di Stato ha risposto alla domanda se sia possibile modificare un disciplinare di produzione inserendovi il divieto di indicare, sull’etichetta di un vino, il nome di una determinata varietà di uva effettivamente utilizzata per produrre quel vino.

Il Consiglio di Stato chiarisce in primo luogo che, secondo l’art. 31 del TU del Vino, sia i vini a DO che quelli a IG possono utilizzare nell’etichettatura nomi di vitigni o loro sinonimi, menzioni tradizionali, riferimenti a particolari tecniche di vinificazione e qualificazioni specifiche del prodotto e che “le specificazioni, menzioni e indicazioni, fatta eccezione per la menzione “vigna”, devono essere espressamente previste negli specifici disciplinari di produzione, nell’ambito dei quali possono essere regolamentate le ulteriori condizioni di utilizzazione nonché definiti parametri maggiormente restrittivi”. Ciò posto, il Consiglio afferma che la collocazione di un vino tra gli IGT o tra i DOC è dovuta a scelte commerciali dei viticultori e produttori, fatte tenendo conto che il disciplinare IGT è meno restrittivo del disciplinare DOC. Infatti, le caratteristiche del DOC sono inscindibilmente connesse all’ambito geografico, mentre per i prodotti IGT il collegamento con la zona di produzione è rilevante ma non sempre esclusivo, ben potendo essere utilizzate in piccola parte anche uve di altra provenienza. Di conseguenza, i disciplinari IGT e DOC prevedono diversi livelli di “identità” dei vini: i secondi sono molto più legati alle caratteristiche del territorio e quindi più ben individuati e rinomati.

Ciò significa, secondo il Consiglio di Stato, che una modifica del disciplinare IGT che vieti l’indicazione di determinati vitigni non soltanto è da ritenersi pienamente legittima e non contrastante con le regole della libera concorrenza, ma comporta anche la valorizzazione delle specifiche varietà di uva che potranno essere indicate solo nella produzione DOC e non più in quella IGT. Ciò consente di garantire la competitività del vitigno e al contempo la tutela dei consumatori, che non potranno cadere in confusione a causa della presenza di un’indicazione del medesimo vitigno sia nelle etichette dei vini IGT sia in quelle dei vini DOC nonostante le diverse regole di produzione.

Il Consiglio di Stato sul divieto di indicazione di determinati vitigni sulle etichette di prodotti IGT

Consiglio di Stato, sez. III, 02/11/2020, n. 6745

data: 20.11.2020
Area: Proprietà Intellettuale

Di recente il Consiglio di Stato ha emesso un’importante sentenza in materia libera concorrenza nel settore vitivinicolo, risolvendo i quesiti circa la legittimità delle modifiche ai disciplinari di produzione. In particolare, il Consiglio di Stato ha risposto alla domanda se sia possibile modificare un disciplinare di produzione inserendovi il divieto di indicare, sull’etichetta di un vino, il nome di una determinata varietà di uva effettivamente utilizzata per produrre quel vino.

Il Consiglio di Stato chiarisce in primo luogo che, secondo l’art. 31 del TU del Vino, sia i vini a DO che quelli a IG possono utilizzare nell’etichettatura nomi di vitigni o loro sinonimi, menzioni tradizionali, riferimenti a particolari tecniche di vinificazione e qualificazioni specifiche del prodotto e che “le specificazioni, menzioni e indicazioni, fatta eccezione per la menzione “vigna”, devono essere espressamente previste negli specifici disciplinari di produzione, nell’ambito dei quali possono essere regolamentate le ulteriori condizioni di utilizzazione nonché definiti parametri maggiormente restrittivi”. Ciò posto, il Consiglio afferma che la collocazione di un vino tra gli IGT o tra i DOC è dovuta a scelte commerciali dei viticultori e produttori, fatte tenendo conto che il disciplinare IGT è meno restrittivo del disciplinare DOC. Infatti, le caratteristiche del DOC sono inscindibilmente connesse all’ambito geografico, mentre per i prodotti IGT il collegamento con la zona di produzione è rilevante ma non sempre esclusivo, ben potendo essere utilizzate in piccola parte anche uve di altra provenienza. Di conseguenza, i disciplinari IGT e DOC prevedono diversi livelli di “identità” dei vini: i secondi sono molto più legati alle caratteristiche del territorio e quindi più ben individuati e rinomati.

Ciò significa, secondo il Consiglio di Stato, che una modifica del disciplinare IGT che vieti l’indicazione di determinati vitigni non soltanto è da ritenersi pienamente legittima e non contrastante con le regole della libera concorrenza, ma comporta anche la valorizzazione delle specifiche varietà di uva che potranno essere indicate solo nella produzione DOC e non più in quella IGT. Ciò consente di garantire la competitività del vitigno e al contempo la tutela dei consumatori, che non potranno cadere in confusione a causa della presenza di un’indicazione del medesimo vitigno sia nelle etichette dei vini IGT sia in quelle dei vini DOC nonostante le diverse regole di produzione.